S. PIETRO, S. PAOLO ED I PRIMI VESCOVI DA LORO ORDINATI IN SICILIA

(FRA I QUALI S. PELLEGRINO!)

Alla visita degli Apostoli Pietro e Paolo in Sicilia, che conferma l’origine del Cristianesimo nella nostra Isola nel I secolo, va premesso quanto dice in breve l’autorevole Rocco Pirro, che, come il Gaetani, riassume la secolare tradizione scritta e orale della Chiesa Siciliana, tradizione rigettata in modo preconcetto ed aprioristico dagli odierni critici scettici, solo perché attestata da fonti posteriori al V secolo, e non da documenti certi del I e II secolo. Secondo loro sarebbe stata “inventata e leggendaria”, invece che fedelmente tramandata di generazione in generazione, non solo oralmente ma anche per iscritto in testi e documenti coevi a noi purtroppo non pervenuti, ma noti agli scrittori posteriori. (E fra questi documenti c’è proprio la testimonianza scritta di S. Pellegrino, citata dall’Encomiasta!).

(Da R. Pirro, Sicilia Sacra, I, p. 1. Le note marginali del Pirro sono riportate fra parentesi tonde). “Fra le moltissime, famosissime, celeberrime in tutto il mondo e perpetue glorie ottimamente meritate della nostra Sicilia, rifulge in modo più eminente ed eccellente questa dell’origine apostolica della Religione Cristiana. Se infatti consideriamo i suoi fausti inizi, si riconosce che essa ricevette i semi della fede, con la prerogativa della dignità episcopale, per prima fra le regioni di Occidente e la maggior parte di quelle d’Oriente.

Dopo aver costituita la Cattedra Pontificia nella città di Antiochia, allora capo e metropoli non solo della Siria ma di tutto l’Oriente, il 22 febbraio dell’anno 39 della nostra salvezza (cfr. Eusebio Cron. e Baronio, Ann. Eccl. I, a. 39), il Principe degli Apostoli Pietro, da quella città subito (nell’anno 40, secondo O. Gaetani) mandò due suoi discepoli, esimi per pietà e dottrina, antiocheni di nascita, cioè Marciano a Siracusa (la Chiesa siracusana è detta seconda dopo l’antiochena; vedi il nostro lib. 3°, not. 2a), e Pancrazio a Taormina (lib. 2°, not. 1a).

Dopo sei anni S. Pietro, attraversando il nostro Mare Siculo, giunse nella capitale dell’Impero Romano, dove il 28 gennaio dell’anno 46, stabilì fermamente la sua Sede. Durante il viaggio ordinò Massimo Vescovo di Taormina (luogo citato, da Metafraste, lib. sui Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno), e dalla stessa alma città di Roma, con somma cura provvide a mandare i vescovi Berillo nella città di Catania (lib. 3°), Filippo a Palermo ( da Baronio, I, a. 49 e noi I, 1) ed altri in [altre città della] Trinacria. [E fra questi, aggiungiamo noi, S. Pellegrino a Triocala!]

Non diversamente (fece) il Coapostolo Paolo, Dottore delle Genti, che, navigando lungo le nostre coste siciliane, nell’anno 59, ordinò nuovi vescovi, Publio a Malta e, secondo la tradizione Bacchilo a Messina (in not. 2a, lib. 1° Messina, e lib. 3° Malta). Inoltre confortò i nostri antenati col suo grande affetto di carità, li confermò nella fede già prima da loro accolta ed accrebbe il loro numero coi miracoli e la predicazione (cfr. Act. Apost. C. 28 e Baronio, a. 59).”

 

 

MARCIANO, PANCRAZIO E PELLEGRINO SONO DEL I E NON DEL III SECOLO

Il Papebroch, con l’eccezione di S. Pancrazio che considera del primo secolo, colloca S. Marciano e tutti gli altri vescovi al terzo secolo, compresi S. Libertino e S. Peregrino, come fanno il Van Hoof (AA.SS. Novembris) e gli altri studiosi odierni! Ma il Papebroch implicitamente si contraddice (AA., SS., I Aprilis, dove dà pieno credito ai Menei greci, riguardo a Marciano discepolo di S. Pietro), mentre gli altri non meno autorevoli Bollandisti, il Bollando stesso (Vita di S. Filagrio, Vescovo di Cipro) e l’Enschenio (il 3 Aprile, Vita di S. Ermogene; ed il 3 marzo, Vita di S. Zosimo) confermano la tradizione petrina!

Ma il Papebroch, dice il De Giovanni (St. Eccl., 27s.), “non porta a conferma alcun fondamento se non la sola ragione che il suo martirio dall’autore Encomiasta delle sue lodi, il quale fiorì nel nono secolo, vien posto sotto l’impero di Valeriano e Gallieno, senza avere per buona l’apostolica ordinazione dello stesso S. Marciano, che il medesimo autore anonimo ha riconosciuto come fatta dal Principe degli Apostoli S. Pietro. Questa ragione non sembra a me né deve agli altri sembrare plausibile, giacché non potendosi per la gran distanza del tempo accordare l’ordinazione di S. Marciano da S. Pietro col di lui martirio sotto Valeriano e Gallieno, e dovendosi una di queste due contrarie relazioni emendare, parmi ragionevole che si corregga la notizia del martirio e si lasci quella dell’ordinazione, perché assistita dall’autorità dei Padri, che dell’età medesima di esso scrittore anonimo, e nei tempi davanti vissero, tra i quali sono i più celebri S. Sofronio, Vescovo Gerosolimitano (Commentario sui Santi Pietro e Paolo nella “Biblioteca dei Padri”), l’autore del Commentario dei SS. Pietro e Paolo, che va sotto il nome di Metafraste (Acta Sanctorum, 29 giugno), Giuseppe chiamato l’Innografo (Inno su S. Marciano, in Gaetano, Vitae SS. Sicul.), i Grandi Menei dei Greci ed il Menologio dell’Imperatore Basilio (30 ottobre), seguito dall’odierno Martirologio Romano (14 giugno).

Riguardo poi alla critica preconcetta, il De Giovanni (pp. 42s. 49) esprime saggi giudizi simili a quelli del De Angelo: “ Sebbene un modesto dubitare è garante del vero, tuttavia la critica deve avere per guida il giudizio e non già la preoccupazione: quello ci guida alla conoscenza del vero e questa ci conduce all’errore. Certo nella ricerca e conoscenza dei fatti si deve adoperare una critica ragionevole, evitando la soverchia credulità; ma questa stessa critica potrebbe divenire pregiudizievole e prendere l’aspetto d’incredulità se non è accompagnata dalla prudenza di cedere alle ragioni, quando l’autorità di gravi scrittori le confermano….”. Invero questi autori e i libri liturgici della Chiesa Greca e Latina, come dice Papa Benedetto XIV (De Canon. Sanct., lib. 4), “ove della loro testimonianza non abbiamo giusto motivo di dubitare, non si possono senza la nota di temerità inconsideratamente rigettare”.

La persecuzione dunque contro i Cristiani di Sicilia, al tempo degli imperatori Valeriano e Gallieno (257-260) può e deve essere considerato un grossolano errore cronologico dell’anonimo, che scrive sette-otto secoli dopo e, in mancanza di fonti storiche sicure, integra con una sua opinione, errata!, quello che tramandavano le fonti orali e scritte sui tre santi. E la conferma di questo errore è data proprio dal manoscritto in volgare che invece fa riferimento espressamente alla persecuzione di Nerone. Ecco le sue parole: Durante la persecuzione del “perfido e crudele Nerone”, in cui furono martirizzati gli Apostoli Pietro e Paolo, “s’introdussero alcuni potenti nemici nella nostra Sicilia, che uniti ad altri infedeli ed eretici vennero in Triocala, dove atterriscono i cristiani e preso il Santo vecchio, lo legano, lo percuotono e lo buttano in un gran fuoco e vanno via. Ma Pellegrino “non morse da martire” e uscì illeso da quelle fiamme.

E’ di conseguenza pienamente giustificata la correzione di Ottavio Gaetani, seguito dal Bollando ed Enschenio (AA.SS. Januarii) che, pur non conoscendo il ms. in italiano, ma solo quello breve latino, al posto di Valeriano e Gallieno mette appunto Domiziano o Nerone!

Invero Peregrino nella Passio non è detto discepolo di S. Pietro, come invece è scritto nel ms. di Caltabellotta, ma non è espressamente escluso, ed è stata forse questa omissione che ha indotto l’autore a spostare la persecuzione al tempo di Valeriano e Gallieno. Tolto comunque questo errore, risulta confermata la tradizione apostolica. Questo errore di “Valeriano e Gallieno” si riscontra anche nell’Encomio di Marciano, dove però, con stridente contraddizione cronologica, Marciano è detto discepolo di S. Pietro; dato confermato e perciò sicuro, da tutte le altre fonti su Marciano, sia greche che latine.

 

Molto importante in proposito e sull’origine apostolica delle chiese siciliane, compresa Triocala, quanto affermano altri due insigni studiosi, il Della Torre e il Narbone.

A conferma dell'errore di “Valeriano e Gallieno” al posto di Nerone, il Gaetani Della Torre (p.73ss.), riporta numerosi errori simili dei martirologi e di scrittori autorevoli antichi e moderni: fra questi quelli che fanno morire S. Agata sotto Diocleziano, mentre morì sotto Decio; e lo stesso Metafraste che, a giudizio del Bollando (AA. SS. I, Februarii, f. 601), “aggiunge (errando) talvolta nomi di Imperatori, talaltra qualche nota cronologica”; e negli Atti di S. Bassiano, proprio il detto Imperatore Valeriano scambiato per Valentiniano. Perciò, continua il Della Torre, il nostro P. Ottavio Gaetani stimò che “così fosse anche avvenuto allo stesso codice di S. Pellegrino, nel quale volendo il copista interpretare i nomi di quei Tiranni, sotto dei quali patì quel martire invitto [S. Marciano], vi appose i nomi celebri di Gallieno e Valeriano; e forse, se mi è lecito indovinare in materie sì oscure e lontane, invece di Gordio e Seleuco, che presiedevano in Siracusa ai tempi di Nerone, oppure invece di Fenio Rufo e di Ofonio Tigellino, in man dei quali, sotto il di lui principato e dopo l'eccesso di Burro, era la somma potestà della Repubblica romana (cfr. Tacito lib. 15). Infatti il Bollando ci avverte (AA.SS. Februarii, Vita di S. Apollonia, f. 280) che “capita di frequente che quello che fecero i prefetti sia attribuito agli Imperatori”; e che talora i Prefetti e i Censori abbiano continuato e anche suscitato persecuzioni contro i Cristiani.” “ D'altra parte, essendo ragionevole che, dovendosi correggere gli Atti dei Santi dove chiaramente si oppongono alla più ferma opinione comune, ben si vede con quanta giustizia abbia corretto un tal luogo O. Gaetani, che tanto si opponeva e al contesto del Panegirico [l'Encomio, nel quale Marciano è detto discepolo di S. Pietro!], ed a tanti martirologi e menologi, ed alla moltitudine di tanti letterati, Pontefici e Regnanti, che in unione alla Chiesa ce ne assicurano”.

Più chiaro e convincente di così?! Lo stesso discorso vale anche per il “Martirio” o “Passio” di S. Libertino e Peregrino”, dove viene aggiunto dall'anonimo autore lo stesso errore di “Valeriano e Gallieno”!

Sono poi superflue e non necessarie le successive argomentazioni del Della Torre che ipotizza l'esistenza di un altro Vescovo Marciano di Siracusa, vissuto e martirizzato appunto sotto Valeriano e Gallieno; ipotesi non sostenibile perché questo secondo Marciano del III secolo non è attestato né dallo Scobar, né dal Mancaruso né da alcun altra fonte o autore. E’ perciò arbitraria l’introduzione di questo secondo vescovo Marciano nell’elenco del Mancaruso da lui fatta nella seconda edizione del 1764. Nell’autorevole Catalogo dello Scobar è registrato un Marciano II, ma come 34° vescovo vissuto nell’VIII secolo, il quale “non fu consacrato a Roma ma da tre vescovi a Siracusa”. O. Gaetani aggiunge (Isagoge, 281) che è nominato nell’VIII Sinodo costantinopolitano, Actio VII, col titolo di Arcivescovo.

Alessio Narbone (Prerogative,4 -7. 22), sulla scorta dell’autorevole Rocco Pirro (Sicilia Sacra, libro II) afferma: “Abbiamo di ciò mallevadori gli stessi romani Pontefici, i quali, nel rivendicare che fanno alla sede apostolica i diritti di primazia sulle chiese siciliane, questo titolo adducono, averle cioè istituite il loro predecessore Principe degli Apostoli” E “nella nube di testimoni antichi e di scrittori moderni”, tra i primi e più importanti il Narbone cita Innocenzo I, Gregorio Magno, Nicolò I (Lettere a Michele Imperatore), Leone X (Breve del 1517), fino a Gregorio XVI (Bolla del 1844). “E se”, continua lo studioso, “Taormina ci mostra un Pancrazio, se Catania un Berillo, se Agrigento un Libertino, se Messina un Bacchilo, se altre città di minor conto, come a dire Agira, Lentini, Cefalù, Milazzo, TRIOCALA [con S. PELLEGRINO] ripetono le loro origini dai primi secoli, dubiteremo noi d’accordare tal vanto alla prima città di Sicilia [Siracusa]?”

E sull’”errore” di “Valeriano e Gallieno” aggiunge: “Non ignoro né dissimulo che il dotto Daniele Papebrochio, continuatore di Bollando, ha creduto doversi scostare da questa comune credenza [di Marciano mandato da S. Pietro a Siracusa e ivi martirizzato nel 68 d. C. durante la persecuzione neroniana] e ritrarre il martirio di questo primo vescovo al terzo secolo, appoggiato all’autorità dell’anonimo Encomiaste del Santo, da lui riportato, che avvisò tale martirio avvenuto sotto l’imperio di Valeriano e Gallieno. Ma oltrechè su questo milita in contrario il testimonio d’altri più antichi, lo stesso Anonimo riconosce la ordinazione di S. Marciano come fatta già da S. Pietro. Se dunque dir non vogliamo che egli sia vissuto tre secoli, è giocoforza d’ammettere una correzione nei nomi di quei due Cesari: il che per altro non è nuovo nelle scritture di quell’età”. E nella nota 2, aggiunge: “ Non poche di tali sconciature di nomi, di date, di luoghi, di città, di scrittori ci vanno qua e là notando lo stesso Papebrochio, lo stesso Gaetani e cento altri editori di carte antiche nelle Animavversioni apposte alle accurate loro edizioni.”

CONCLUSIONE. Da una lettura attenta e non superficiale dei testi, risulta, contrariamente a quando dicono gli altri studiosi, che i tre santi martiri, contemporanei e amici fra di loro, mandati in Sicilia da S. Pietro, Marziano (con Pancrazio) da Antiochia, Peregrino e Libertino da Roma, morirono martiri, perché sottoposti a tormenti, anche se miracolosamente illesi, ciascuno nella sua sede episcopale: Marciano a Siracusa, Libertino ad Agrigento e Peregrino sul monte di Triocala. Tutti e tre durante la persecuzione neroniana del 68 d.C.

Cadono dunque i dubbi e le opinioni degli studiosi che vorrebbero spostare le vite dei tre santi, Peregrino, Libertino e Marciano, dal I al III secolo: dal Paperbroch (AA.SS. XIV Junii), al Lancia di Brolo (Marciano nel I e Peregrino nel III) al Van Hooff (AA.SS. Novembris), al Lanzoni, ad Amore, agli studiosi di oggi.

L’errore della persecuzione di Valeriano e Gallieno, come s’è già detto, risulta evidente dal fatto che tutte le fonti greche e latine comprese quelle che hanno questo grossolano errore cronologico, considerano questi santi, discepoli di S. Pietro; errore dovuto alla loro difettosa e confusa conoscenza delle persecuzioni dei primi secoli, per mancanza di documenti, come notava l’Halkin! (Cfr. sotto “La Persecuzione Neroniana”)

Credo infine di aver trovato la causa dell’errore della persecuzione di Valeriano e Gallieno invece che di Nerone, cosa che è sfuggita al Gaetani al Pirro e a tutti gli altri studiosi fino ad oggi! Gli autori della Passio e dell’Encomio, hanno scambiato S. Libertino di Agrigento (e i suoi coetanei Peregrino e Marciano) con S. Gregorio, anch’egli vescovo di Agrigento, martirizzato proprio sotto i detti imperatori Valeriano e Gallieno. L’autorevole Pirro infatti (Agrigentinae Ecclesiae, 490s.), dopo S. Libertino che dice discepolo di S. Pietro, morto ca. l’anno 90, come s’è detto sopra, mette S. Gregorio. Ecco le sue parole: “S. Gregorio, vescovo di Agrigento, il giorno 22 giugno dell’anno circa 262 [da correggere in 267-8], sotto gli Imperatori Valeriano e Gallieno, volò al cielo, come attesta il Gaetano, Idea, f. 70 e 121” [Vitae SS. Siculorum, I, 87]. La memoria di questo vescovo martire è contenuta anche nel Martirologium Romanum, ma sotto la data 23 Novembre: “Agrigenti depositio [martirio] Sancti Gregorii Episcopi”.

 

 

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