I SENTIMENTI RELIGIOSI E LE SEPOLTURE NEL PALEOLITICO E NEL MESOLITICO (Scheda redatta da: Ignazio Caloggero)
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Probabilmente è nel paleolitico che l'Homo Erectus inizia ad appropriarsi di manifestazioni psichiche tali da giustificare per lui anche l'appellativo di A Qafzeh (Israele) è stata trovata una sepoltura di circa centomila anni fa che presenta chiari segni di offerte verso i defunti; infatti, all'atto della sepoltura, furono deposte delle offerte sulle mani del defunto e le palme del seppellito furono girate apposta verso l'alto per ricevere le offerte[1]. In Italia tra le più antiche sepolture in cui sono individuabili tracce di riti funebri è da assegnare quelle della grotta dei Fanciulli ai Balzi Rossi in Liguria. Sul sito sono stati trovati gli scheletri di una donna anziana e di un fanciullo, deposti in posizione rannicchiata. La testa del giovane era protetta e recava tracce di un copricapo formato da conchiglie, la donna aveva sul capo una piccola pietra piatta e due braccialetti di conchiglie ai polsi. Tracce di ocra rossa era presenti su entrambi gli scheletri[2]. In Sicilia tracce di riti funebri si hanno nelle quattro sepolture coperte di ocra[3], rinvenute nella grotta di San Teodoro presso San Fratello (Messina). Tutto questo porta a pensare che l'Homo Religiosus era già presente nel paleolitico, aveva preso coscienza della morte e tentava di superarla, credendo che qualcosa di sé (l’anima o qualcosa di simile) restasse anche dopo il decesso. Il paleolitico segna quindi l’inizio delle prime forme di pensiero religioso, quella che verrà chiamata religione naturale, con questo termine si intende quella categoria di religioni la cui caratteristica era una divina animazione dei vari fenomeni della natura quali i fenomeni meteorologici (pioggia, tuoni, fulmini), gli aspetti legati alla vita umana (nascita, morte) ma anche aspetti legati al mondo animale. E’ proprio al mondo animale che si riferisce la prima fase della religione naturale, la cosiddetta fase totemistica[4], in cui viene individuato un legame tra il clan ed il Totem, generalmente un animale, a cui il gruppo doveva il sostentamento, ma anche oggetti ritenuti sacri. Il Totemismo può essere considerato la più antica forma di religione nella storia dell'uomo[5]; ad esso seguì una fase (animismo primitivo) in cui si affermava l'elemento naturistico vero e proprio, dove si assisteva ad un'animazione di fenomeni naturali e della vita umana. L’uomo paleolitico praticava il cannibalismo rituale, almeno come sembrerebbero dimostrare i resti umani trovati in mezzo a quelli di altri animali nella caverna di Hortus, a nord di Montpellier in Francia.[6] E’ ancora presto per parlare di sacrifici umani veri e propri, è probabile che in occasioni di battaglie tra gruppi i vincitori si cibavano dei vinti allo scopo di appropriarsi delle energie delle vittime. Le prime manifestazioni del culto della Dea madre sono fatte risalire al Paleolitico inferiore, in quando le più antiche sculture su selce di figure femminili risalgono a più di 500.000 anni fa.[8] A quel tempo chi avesse venduto casse da morto non avrebbe fatto grandi affari, la sepoltura paleolitica e mesolitica avveniva spesso in
[1] Bernard Vandermeersh: Le più antiche sepolture. In “La religiosità nella Preistoria”. p.50 [2] Guidi e Piperno: Italia Preistorica. Pag. 206 [3] Il colore rosso, ottenuto dall’ocra, facilmente trovabile in natura, era frequente nelle pratiche cultuali [4] La parola Totem è la forma abbreviata della parola ototeman e deriva dal dialetto degli indiani Ojibwa dell'America Settentrionale, Con il termine Totemismo si indica proprio il culto religioso del Totem. [5]Ambrogio Donini: Breve storia delle religioni. p. 48 [6] Joan Santacana: Le prime società. p.30 [7] Marija Gimbutas: La religione della dea nell’Europa preistorica. In “La religiosità nella Preistoria”. p.96 [8] Marija Gimbutas: La religione della dea nell’Europa preistorica. In “La religiosità nella Preistoria”. p.87 [9] Giovanni Mannino: Per lo studio delle necropoli preistoriche della provincia di Palermo. In Prima Sicilia pag. 306. |
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